Testi Selezionati

“Sulle tracce di antiche leggende valdostane di origine celtica Giuliana Cunéaz ha ricostruito un itinerario ideale attraverso ventiquattro località che sono state abitate nel passato lontanissimo (ma in qualche modo sempre presente) dei miti, da potenze misteriose. Chiamiamole fate. L’esperienza a cui l’artista ci invita a prendere parte è un’esperienza liminare, che ci fra intravedere, ci fa avvertire una differenza, una distanza. Non è, e del resto non potrebbe essere, una conoscenza piena. Qui ci troviamo di fronte ad un’allusione, ad una tensione che viene suggerita ma mai, ovviamente espressa in potenza come fosse un’energia reale. La conoscenza cui siamo invitati è una conoscenza simbolica. E il simbolo, come avvertiva Jung, è la migliore forma di espressione per ciò che non è ancora emerso alla coscienza. Per qualcosa, dunque, che intravediamo, ma rimane ancora, di fatto dall’altra parte della soglia”.

Adriano Antolini, 1990 (da Il silenzio delle fate, Pheljna, Edizione d’Arte e Suggestione, Aosta)


“Tra caratterizzazioni linguistiche precise e vaste aree tematiche si collocano gli artisti con soluzioni plastiche più dichiarate, con sottolineatura minima, per impiego frequente della lastra di ferro, del legno; in evidenza anche tracce dichiarate di cultura neocostruttivista dove interagiscono rapporti con l’architettura ma anche con il design. Tra queste aree è ancora possibile rilevare i risultati progettuali e di installazione sullo spazio, sulla sua reimpaginazione per tracce di un percorso sensibile, tra sfumature letterarie e quindi psicologicamente coinvolgenti, come nel caso di Giuliana Cunéaz”.

Andrea B. Del Guercio, 1991 (da Transalpina, edizione Regione Autonoma Valle d’Aosta)


“Prendiamo alla lettera l’etica minimalista di Donald Judd: l’opera d’arte è fatta di oggetti che devono bastare a loro stessi. E’ allora evidente che i coni realizzati da Giuliana Cunéaz per l’installazione Archéopteryx non hanno relazioni d’uso. La vera base è il popolo delle stelle, meteoriti, galassie. Per un processo assolutamente automatico, la luce dei corpi celesti lascia il suo segno all’interno del cono terrestre attraverso un materiale fotosensibile posato sul suolo. Il cono troncato non è nient’altro che un apparecchio fotografico ridotto all’osso, una fessura per rubare dei frammenti d’infinito in silenzio senza alcuna azione pratica. Nemmeno il cielo sa che qualche suo frammento di luce si posa sul terreno. Intanto, la pelle della fotografia raccoglie le informazioni senza esserne consapevole”.

Rosanna Albertini, 1991 (da Videoformes, Festival de la Création Vidéo, Clermont-Ferrand, Videoformes editeur)


“Giuliana Cunéaz ha una profonda e nativa sensibilità per gli incontri e le contaminazioni con la natura e le cose: un’innata amorevolezza per certi materiali, una costante attenzione per certi contrasti materici, per certe ubicazioni paesaggistiche…L’artista ha afferrato l’importanza che riveste una rappresentazione “dal vero” e “dal vivo” d’un evento o di un distretto corporeo provvisto dei suoi ritmi, delle sue funzioni, dei suoi “palpiti vitali”; e questo secondo un’angolatura molto più partecipe e riguardosa di quanto non accadesse nei tanti casi di Body Art (Gina Pane, Gunther Brus, Vito Acconci ecc.) dove la corporeità era straziata, oltraggiata, vilipesa o smaccatamente esibita… Mi permetto di giudicare quest’opera come messaggera d’una nuova e in buona parte inedita presa di coscienza circa il destino dell’arte visiva ai nostri giorni, e forse in quelli d’un prossimo futuro”.

Gillo Dorfles, 1993 (da In Corporea Mente, edizione Regione Autonoma Valle d’Aosta)


“La sottigliezza del gioco dei rinvii, dei contrasti, delle sovrapposizioni è assicurata da Giuliana Cunéaz sino ai suoi limiti estremi. Laddove crediamo d’incontrare la natura, troviamo al contrario l’artificio, e laddove avevamo l’illusione di ritrovare l’artificio, possiamo ancora intravedere la natura, il suo fantasma o la sua rappresentazione mitica… L’artista è ancora una volta costretta ad affrontare il dilemma arduo proposto da Schiller: da un lato l’innocenza apparente della natura; dall’altro la complessità artificiale dell’opera d’arte. Ma l’innocenza non può mai davvero essere innocente e ha sempre bisogno di una componente artificiale per diventare poesia e la poesia, nel suo albero immaginario, deve cercare i percorsi più impenetrabili e più difficoltosi per giungere ad un’ispirazione istintiva, non più razionale. L’universo innocente è sempre retto da un meccanismo aggrovigliato e artificiale”.

Janus, 1993 (da Une foret, Videoformes, Festival de la Création Vidéo, Clermont-Ferrand, Videoformes editeur)


“Violando ripetutamente quel “dominio fisico” che ogni fruitore tenderebbe a conservare in presenza dell’opera, trattando lo schermo del monitor quale specchio d’acqua sui cui riflette e torna l’effige più intima di colui che guarda, Giuliana Cunéaz stabilisce ed impone una “distanza intima” tra la scultura e l’astante, cancellando la piccola sfera protettiva che ognuno mantiene tra sé e gli altri… L’artista trasporta la riflessione poetica circa i segreti e gli stimoli alla vita all’interno di un universo tecnologico non privo di capacità emotiva”.

Maurizio Sciaccaluga, 1995 (da Mito Moto Meta, Galleria Nadia Bassanese, Trieste)


“Giuliana Cunéaz suggerisce un microcosmo in divenire, la cui natura appare in costante bilico tra realtà e immaginazione. Gli opposti si fondono sotto il segno di una poetica immersione/eversione, l’uomo è il grande protagonista… Dove esattamente individuare l’identità umana? La risposta sta proprio nella ri-creazione del rapporto uomo-mondo, fondato sulla simbiosi tra le cose, sulla volontà di far coesistere corpo e mente in un equilibrio tale da sollecitare una suggestione emotiva capace di toccare le vette di un lirismo incantato”.

Sabrina Zannier, 1996 (da Telo Angela/Il corpo dell’angelo, Obalne Galerije Piran)


“La fruizione complessiva delle opere di Giuliana Cunéaz attiva una sorta di circolazione energetica  che coinvolge il corpo e la mente, che tocca il cervello, il cuore e la pancia, attraverso repentini passaggi da un ambito all’altro: destabilizzazione emotiva e fascinazione misterica aprono così le porte alle suggestioni dell’alchimia. Sotto questo medesimo segno si sviluppa il lavoro dell’artista che non si dà come summa dell’integrazione corpo-mente-anima ma come potenzialità di percepire l’unità nella piena coscienza di questi singoli aspetti. Prima di giungere alla “sostanza psichica”, l’artista ci pone innanzi all’immagine del sangue fisico che, solo attraverso la simbologia evocata dal candore del perspex, si metamorfizza in “sangue simbolico”. Un sangue che si fa fluido energetico ed emozionale, che in Biancaneve pulsa a partire dal battito cardiaco, in Corpus in fabula dai visceri pare poi affluire quale linfa vitale sino all’esangue volto-manichino e in Pneuma dal circuito arterioso e venoso fa librare ali angeliche suggerendoci un ulteriore citazione che ci riporta nuovamente alla rosa”.

Sabrina Zannier, 1996 (da Sub rosa, Galerja Anonimus, Lubiana)


“Le Ninfee di Giuliana Cunéaz, come pure l’uso frequente del video, nella loro espressione, presentano, innanzitutto, un discorso di pura classicità e quasi onirico dell’immaginazione dell’artista nei riguardi del destino dell’uomo oggi, domani e qui. Travasata in un arsenale di tematiche e motivi "biologici”, questo discorso si offre allo spettatore con una tale autenticità che rimane interamente comprensibile e senza dubbio provocatorio”.

Milan Zinaic, 1996 (da Sub rosa, Galerja Anonimus, Lubiana)


“Giuliana Cunéaz recupera il corpo vivente proiettando l’uno verso l’altro il polo della razionalità e dell’emotività; della fisicità e della trascendenza. L’artista agisce sul piano percettivo riappropriandosi della sfera organica secondo una scelta che nasce da una presa di coscienza estetica e morale… Si tratta di un’operazione dove l’arte s’insinua nel territorio dell’inesplorato, cogliendo la vita nella sua componente originaria secondo un desiderio utopico di verità assoluta… Tutto il lavoro di Giuliana Cunéaz è un tentativo di recuperare lo stato di coscienza/incoscienza secondo una continua relazione tra Ghenos e Thanatos, tra origine e morte… L’artista indaga il processo creativo identificando l’individuo come moltitudine di pensiero…Prende spunto dal caos della mente e lavora sul piano percettivo e psicologico associando elementi scientifici, matematici e artistici in un’unitarietà d’intenti che rimanda ai principi leonardeschi”.

Alberto Fiz, 2000 (da Il cervello nella vasca, Galleria B&D, Milano)


“Dopo aver rivolto il proprio impegno alla compiutezza dell’opera, Giuliana Cunéaz ha sentito la necessità di disseminarla nello spazio, di amplificarne la portata oltre i limiti oggettuali. Il tutto a coincidere con una sorta di ripensamento della propria identità, sentita sempre più sotto il segno della complessità e del mutamento… A tale desiderio si è, poi, aggiunta la necessità solo apparentemente antinomica di razionalizzare l’irrazionale, di sviluppare, insomma, l’afflato emotivo sotto il segno di una progettualità o, meglio, di una processualità di valenza scientifica; non per forzare entro il paradigma dell’ordine cose e accadimenti fenomenici votati al caos, ma per rendere manifesto il farsi della ricerca creativa. E’ così che l’iter formativo dell’opera d’arte e quello relativo all’identità di un individuo, nella fattispecie quello dell’artista, si affacciano in una sorta di parallelismo”.

Sabrina Zannier, 2000 (da Il cervello nella vasca, Galleria B&D, Milano)


“Giuliana Cunéaz trasforma la funzionalità organica del corpo umano in codice espressivo, l’efficienza del microcosmo racchiuso in noi, in espressione poetica, la regola scientifica che governa il nostro corpo, in possibile cifra estetica. Il suo lavoro si traduce in una magnifica esplosione vitale che ibrida il naturale con il sintetico, la vita con la tecnologia”.

Roberta Ridolfi, 2000 (da Cre-Azione. FermoArteGiovane, edizione Comune di Fermo)

“Giuliana Cunéaz è una di quelle artiste che non fanno concessioni. Esprimono tutto attraverso la loro ricerca artistica. In Officine Pastello, l’atelier dei pastelli l’artista porta a termine la sua indagine sulla natura umana indagando quella  relazione che l’individuo intrattiene con se stesso, così come la sua relazione con l’ambiente. L’artista, in fin dei conti, indaga il concetto di gruppo e analizza quei codici che possono trasformare, alterare la percezione e soprattutto produrre stati emotivi che, sebbene siano sono talvolta transitori, pongo l’eterna questione dell’identità.

Gabriel Soucheyre, 2000 (da Turbulence vidéo, Videoformes editeur)


“Dopo aver rivolto il proprio impegno alla compiutezza dell’opera, Giuliana Cunéaz ha sentito la necessità di disseminarla nello spazio, di amplificarne la portata oltre i limiti oggettuali. Il tutto a coincidere con una sorta di ripensamento della propria identità, sentita sempre più sotto il segno della complessità e del mutamento.Giuliana Cunéaz ci presenta le sue immagini e proiezioni di video a modo di documentario, in grado di prelevare stati di alterazione che poi ci proietta in primi piani scarni, quasi da sentire appiccicati al viso”.

Antonio Arévalo, 2001 (da Officine Pastello, edizione Regione Autonoma Valle d’Aosta)


“La sperimentazione di Giuliana Cunéaz si azzarda, attraverso immagini video e fotografie, fino a cogliere quegli stati estremi di coscienza in cui l’individuo vive una diversa realtà, che non è altro che il nucleo di quella realtà attenuata, spenta, sezionata in cui siamo soliti chiudere la nostra tenue esperienza. L’artista entra, perciò, in contatto con tutte quelle discipline (ipnosi, sciamanesimo, medianità ecc.) che inducono fenomeni di trance, di deliquio, di sogno. Ma non indugia sugli aspetti più scenografici delle varie cerimonie, bensì preferisce indagare le sottili mutazioni espressive e le insondabili tensioni emotive che si manifestano nei soggetti in uno “stato alterato”. Detto in altre parole, a lei interessa proprio sorprendere la dimensione di trance, di transito, di trapasso, quando cioè l’individuo è fuori di sé, senza sapere dov’è. E allora adopera la videocamera, per “documentare” lo sconfinamento che si apre verso “i possibili”, secondo una modalità quasi partecipativa, o, meglio, con un occhio viaggiante, dove ogni nesso discorsivo si slabbra e si sovrappone, dove ogni forma si trasforma e si moltiplica. Anche se, poi, come confessa la stessa artista, “la coscienza non torna a raccontarci quasi nulla”.

Luigi Meneghelli, 2001 (da Details, Galleria La Giarina, Verona)


“Giuliana Cunéaz da anni riflette sul dualismo misterioso di una massa corporea che da un lato è meno materiale e organico e dall’altro sa produrre pensieri, desideri, sogni. Continuando ad operare lucida in corporea mente, l’artista considera i volumi fisici individuali quali centraline di relazioni in ambito sociale. Un altro modo per il corpo di uscire da sé: idealmente se non letteralmente”.

Ferruccio Giromini, 2001 (da Corpi & Corpi, Editoriale Sometti, Mantova)


“La poetica di Giuliana Cunéaz tende a inquadrare la tecnologia come protesi umana, come ulteriore accrescimento delle attitudini sensoriali, della volontà di prevalere sul mondo esterno. Nelle sue opere assistiamo a una poetica in bilico tra un viaggio a ritroso nel Dna umano che si esterna e si sublima nelle forme più avanzate della tecnologia dove, in maniera soffice e graduale, è l’uomo stesso a farsi macchina”.

Edoardo Di Mauro, 2002 (da Una Babele postmoderna, Edizioni Mazzota, Milano)


“Solo i punkabbestia, ritratti in maniera lirica ed emozionante da Giuliana Cunéaz, sembrano mantenere l’antico sentimento di esclusione dal mondo e il loro non accettare alcun compromesso non li rende pericolosi o sovversivi ma, piuttosto, irrimediabilmente soli”.

Luca Beatrice, 2004 (da XIV Quadriennale Anteprima Torino 2004, De Luca editore, Roma)


“Giuliana Cunéaz predilige il linguaggio video e il parallelo supporto fotografico con una progettualità avvolgente che regola la proiezione in un ambiente installativo. Lo scopo si lega empaticamente ai contenuti del suo lavoro: una ricerca sugli stati emotivi alterati, sulle diverse ipotesi in cui la coscienza disperde la sua fissità vigile. Gli esempi vanno dallo sciamanesimo alla cultura occidentale del rave, secondo una narrazione visiva che cerca l’impatto emozionale sul fruitore, ricreando la sensazione tangibile di un vissuto. Per farlo, l’artista sfrutta le tecnologie elettroniche con la consapevolezza del progetto sensoriale, una sorta di principio attivatore che guida verso il suo flusso ipnotico, ossessivamente rallentato, quasi una geometria invisibile che trascina gli altri dentro il suo prisma multifocale”.

Gianluca Marziani, 2005 (da Regionevolmente, Centro Fieristico, Viterbo)


“Giuliana Cunéaz lavora essenzialmente con il video, medium che si caratterizza per l’immediatezza e la velocità della comunicazione attraverso l’immagine. L’artista afferma che il video permette di dialogare con il tempo, di scoprire le diverse tipologie di un istante, di ampliare la gamma dei ricettori o dei sensi. E’ una sorta di viaggio all’interno di un microcosmo nel quale si colgono, al contempo, gli aspetti più normali e quelli più inusitati… In un percorso che si snoda sui luoghi inespressi e all’apparenza irraggiungibili della conoscenza, si colloca il video Domina Ludi, la Signora del Gioco, Diana, Ecate, Erodiade o Iside o Bona Dea, secondo le definizioni”.

Tiziana Conti, 2005 (da Le parole disperse, Gagliardi Art System Gallery, Torino)


“In principio Giuliana Cunéaz ci aveva portato in un mondo incantato…Anche lì, però, a ben vedere, accanto all’aspetto antropologico, ai temi della memoria, dell’infanzia e della favola, l’attenzione era mirata sul perché e sul come questi sogni si producono, sui processi di formazione dell’immaginario… Il lavoro di Giuliana Cunéaz ha, infatti, fin dall’inizio relazioni con il mondo della scienza, rapporti che poi si sono andati rafforzando… Dal 2000 prendono avvio i lavori sui gruppi e quelli sui processi creativi e i meccanismi del pensiero visivo… L’artista è sempre interessata all’uscita dal mondo cosciente e al transito verso dimensioni altre…Come emerge dal video I Mangiatori di Patate del 2005, dobbiamo abituarci a guardare le cose in modo strabico, in parte normalmente, in parte estrapolando l’intero invisibile. Si tratta di far convivere due mondi che già convivono, anche se non siamo in grado di riconoscere il mondo che non vediamo. Il segreto della vita è nel vuoto tra le particelle”.

Laura Cherubini, 2005 (da I Mangiatori di Patate, Gagliardi Art System Gallery, Torino)

Giuliana Cunéaz adopera per le sue opere quello che potremmo definire un metodo scientifico: lavora attraverso progetti.
Il progetto prevede una serie di opere ognuna delle quali si lega all’altra in una sorta di processo il cui fine è quello di verificare la possibilità del progetto stesso (dell’immagine ipotizzata).
Un metodo,dunque, scientifico e, nello stesso tempo, di natura filosofica stando alla definizione tratta dalle Ricerche Filosofiche di Wittgenstein.
Il video Quantum Vacuum (2005) di Giuliana Cunéaz fa parte di un progetto denominato, dall’artista stessa, “Fluttuazioni quantiche”.
Nel video, e nel progetto, l’artista usa immagini e forme tratte dal mondo delle nanotecnologie.
Il paesaggio molecolare, tradotto e rielaborato in immagini in 3D, trasforma lo spazio pittorico in spazio fenomenologico. L’ipotesi formulata da Giuliana Cunéaz non è quella di un mero mondo virtuale quanto quella di un più realistico mondo possibile.
Geometrie e volumi complessi si presentano per quello che sono; al più si può semplicemente indulgere alla meraviglia o allo stupore –e non è poco.
In un certo senso, assistiamo ad una sostituzione dell’ infra-mince teorizzato e solo segnalato da Marcel Duchamp durante gli anni 30 (in anticipo di decenni sui “frattali” di Benoit Mandelbrot) con un “ultra profondo” rivelato, ma non completamente archiviato, dalla tecnologia.
L’ultimo progetto, in ordine di tempo, di Giuliana Cunéaz s’intitola “Naturae occulta”.
Tale definizione, insieme ovviamente alle animazioni in 3d che compongono il progetto, si pone immediatamente in relazione ad uno degli aspetti più originali e critici dell’arte del 900 e cioè il rapporto tra processo naturale e processo artistico.
Vicino alla ricerca “naturalistica” di Klee, Giuliana Cunéaz se ne differenzia nettamente in quanto la parte processuale è qui sostituita dal grande repertorio di immagini e di forme “scientifiche” pronte all’uso e…ovviamente da una tecnologia sconosciuta al grande artista svizzero.
Sin dal titolo del suo ultimo progetto Giuliana Cunéaz sembra cogliere e rilevare quest’aspetto perturbante proprio dell’esperienza artistica e insieme di parte di quella scientifico-tecnologica.
La sua “natura occulta” non si riferisce certo ad una pratica iniziatica o filosofica.
L’occulto, in questo caso, sta per nascosto e, sino a poco tempo fa, non immediatamente visibile ma è più da intendersi come uno “strumento” che come una condizione.
Uno strumento che permette di liberare quell’inquietante familiarità che è propria di ogni agire artistico consapevole e, nello stesso tempo, fine o finalizzazione di ogni ricerca scientifica.
L’aver ben presente e soprattutto l’aver sapientemente combinato prerogative dell’arte e fini tecnologici rendono assolutamente originale il lavoro di Giuliana Cunéaz.

Giovanni Iovane (da Giuliana Cunéaz, Silvana Editoriale, Milano 2008)

Quando il film documentario ‘Journey through the Secret Life of Plants’ uscì per la prima volta, nel 1973, il suo uso innovativo della fotografia al rallentatore, che mostrava piante in crescita ‘esplosiva’ e infiorescenze che fiorivano in pochi secondi, conquistò tutti. La nuova serie di animazioni tridimensionali di Giuliana Cunéaz, con le sue strutture botaniche realistiche e fantastiche a un tempo, evoca un analogo sentimento di meraviglia. Le immagini sono presentate su schermi al plasma, che l’artista chiama ‘screen paintings’, insieme a opere su tela derivate che utilizzano un’ibridazione fra stampa digitale e pittura acrilica. La sua opera si ricollega alla tendenza, sempre più diffusa fra gli artisti contemporanei, di ricercare l’ispirazione creativa nelle più recenti ricerche scientifiche, accostandosi a queste ultime con una curiosità sorretta dalla competenza tecnologica. Volgendosi alla scienza, gli artisti tendono a imporre una prospettiva umana su un atteggiamento mentale che risulterebbe altrimenti straniante e razionale. Giuliana Cunéaz è abituata a percepire che le immagini hanno una profondità, hanno strati e significati multipli, perché il pensiero concettuale svolge un ruolo altrettanto importante, se non più importante, nella sua percezione in quanto semplice visualizzazione. La biologia continua a essere la disciplina scientifica più visiva, e l’artista si è ispirata alle potenzialità degli ultimi sviluppi nella comprensione dei sistemi viventi, e dei loro mutamenti di struttura, nell’ambito della nanotecnologia. Attingendo all’intuizione immaginativa più che al sapere acquisito, Giuliana Cunéaz si è occupata delle nuove modalità scientifiche, al fine di indagare l’essenza delle forme naturali con una sensibilità scultorea.
Giuliana Cunéaz è convinta che la forma di un albero o di un corallo sia legata alla natura frattale della sua crescita. Il processo di modellazione dell’artista comprende la ‘pittura’ con spirali e frattali per emulare la geometria delle forme naturali, e propone processi di mutazione casuale potenziati con simulazioni e realtà virtuali. Seguendo il principio di evoluzione, è possibile generare una miriade di variazioni genetiche complesse a partire da una semplice singola struttura.
La nuova produzione artistica di Giuliana Cunéaz è ispirata alla nanotecnologia, un nuovo, affascinante campo di applicazione scientifica che comporta la manipolazione della materia su scala microscopica (un nanometro equivale a un miliardesimo di metro)! È a questa scala che operano i principi fondamentali del mondo biologico. Materiali di queste dimensioni rivelano proprietà fisiche e chimiche insolite, e nel campo dell’ingegneria genetica vi è la possibilità di manipolare i singoli atomi e molecole. Molte sono le ipotesi su come la nanotecnologia rivoluzionerà il futuro della ricerca scientifica e della stessa vita umana.
Il suo uso delle attuali tecniche di generazione digitale delle immagini, combinate con una chiara consapevolezza della biologia della coscienza, si inserisce in un nuovo genere artistico, significativo e in crescita. Reale e virtuale, naturale e artificiale coesistono nell’opera di Giuliana Cunéaz, che ci permette di vedere un mondo normalmente nascosto, submicroscopico, con la sua vita segreta delle piante.

James Putnam (da Giuliana Cunéaz, Silvana editoriale, Milano 2008)

La stretta relazione tra arte e scienza si gioca tutta sulla base – forse - di un’attrazione reciproca verso il recondito e il misterioso, il vago e l’esatto, verso la complessità, il caos e l’ordine, verso l’incommensurabile, verso i modelli basici, le forme prestabilite all’inizio dell’evoluzione naturale. Con una sottile ma decisiva differenza: mentre la scienza pretende risposte cercando di riprodurre per fini utilitaristici i segreti modelli dell’inizio della vita, le strutture elementari della realtà, l’arte invece non cessa di porre domande comunicando con l’emozione della forma esibita una risposta pur sempre celata.  Le opere di Giuliana Cunéaz nascono da questo identico amore per la forma manifesta o segreta della natura. Da una forma di stupore e di curiosità che sembra aver contagiato innumerevoli artisti di epoca moderna e non solo. Questa nascita prolungata dell’oggetto (la natura) e del soggetto (l’io percipiente) si struttura nel medium (l’arte) e qui si trova l’indissolubile reversibilità fenomenica e formale di tre forme di vita (per dirla con Wittgenstein). Questo sembra essere il cuore della ricerca svolta da Giuliana Cunéaz, che dall’inizio prova a spingere il linguaggio o le pratiche o le tecniche nel punto di contatto medianico tra arte, natura e scienza per far parte essa stessa di questa nascita prolungata del visibile ineffabile e incommensurabile.
Secondo Merleau-Ponty l’arte fonda una possibile esperienza del mondo esterno assieme a quella del proprio essere al mondo in quanto essa fonda e garantisce la possibilità di percepire e vedere col corpo. Ora Giuliana Cunéaz pare interessarsi a questo limite di corpo e natura, che è anche un limite di visibile e invisibile e per estensione di percepibile e riproducibile, ovvero di linguaggio e tecnologia. E qui in questo limite affonda la sua pratica e lo fa nel doppio senso della parola: perchè trova il suo fondamento proprio in quell’oscuro universo in cui affonda calandosi col corpo ma servendosi del linguaggio dell’arte e della tecnologia scientifica per aprirsi di nuovo un varco nella realtà. Giuliana Cunéaz, ha seguito le evoluzioni del pensiero scientifico, interessandosi alla ricerca genetica e a quella astronomica, e dopo oltre un decennio di lavoro ha compiuto almeno un giro attorno al nucleo germinativo della sua ricerca: le opere recenti difatti si ricollegano alle primissime per cui un filo rosso lega Archeopteyx del 1990 a Occulta Naturae che è del 2006.  Allora l’artista osservava il macrocosmo, l’infinitamente lontano in senso astronomico: mentre adesso affronta l’immensamente piccolo della natura atomica, il nanomondo. Oggi come ieri tuttavia lavora con identico atteggiamento contemplativo e stupefatto.

Sergio Risaliti (da Giuliana Cunéaz, Silvana editoriale, Milano 2008)

Stefano Raimondi
Il lavoro che per primo ha portato Giuliana ad approfondire il mondo della nanotecnologia e l’aspetto formale di questo universo è stato Quantum Vacuum del 2005. Qui è iniziata la strada che ha portato alla creazione di I Mangiatori di Patate, Occulta Naturae, o i recenti The Growing Garden, The God Particle, Nanocluster e Matter Waves.
Come Paul Klee quasi un secolo fa, per Giuliana Cunéaz l'osservazione della natura diventa indagine delle sue funzioni e dei suoi processi. Infatti le opere non rappresentano mai una forma definita e immutabile, ma piuttosto il suo evolvere nel tempo e col tempo, i suoi processi ciclici di crescita, sviluppo e morte. Il movimento produce azione, l’azione memoria. Per questo i poli opposti di staticità e dinamismo sono resi allo stesso tempo visibili e mimetici tramite la realizzazione dell’opera su due livelli: l’animazione video 3D e la pittura su schermo (screen painting).
(Inside Matter in Giuliana Cunéaz, Galleria Vernon, Praga, 2009)

Chiara Canali
Attiva già da anni in un ambito di ricerche che coinvolge il rapporto tra arte, scienza, natura e nuove tecnologie, Giuliana Cunéaz è stata pioniera nella creazione a fini estetici di animazioni 3D per schermi al plasma (screen painting), investigando un’inedita forma d’arte per mezzo delle tecnologie digitali. Caratteristica fondamentale dei suoi lavori è l’animazione e la dinamicità delle forme, sempre rappresentate in 3D e nell’apparenza di solidi, fluidi o gas, attraverso la tecnica del solid modeling.
(in Arteractive. Arte, interattività e reti sociali, Art Company, Milano, 2011)