Archéopteryx, 1990

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Catturare una porzione di cielo e coglierne l’impronta è stato il motivo per cui ho realizzato Archéopteryx: i tre coni specchianti con al vertice un foro stenopeico, funzionano come veri e propri apparecchi fotografici. Di notte, appoggiando sulla base interna la carta fotosensibile ho avuto modo di registrare il movimento delle stelle in rapporto al movimento terrestre. In seguito allo sviluppo fotografico, sulla carta apparivano delicati segni simili a segni di matita. Erano le tracce degli astri. Mentre si realizzava all’interno dei coni l’illusione di appropriarsi di una parte di cosmo, il materiale specchiante che rivestiva la parte esterna riproiettava il tutto, nell’incommensurabile.
Il titolo nasce da un primo progetto realizzato in collaborazione con il poeta Andrea Cogoi dove tra le vestigia di un antico teatro romano, i coni proposti come rudimentali apparecchi fotografici, riportavano indietro l’orologio del tempo tanto da poter immaginare di attirare l’Archéopteryx, il primitivo uccello e anello di transizione con il rettile, di epoca giurassica il quale, sentendosi in un ambiente a lui consono, avrebbe potuto rifare la sua comparsa.

 

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Archéopteryx, 1990, veduta dell’installazione

 

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Archéopteryx, 1990, traccia delle stelle su carta fotosensibile

 

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Fossile di Archéopteryx

 

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